NON SONO UNA SIGNORA – Le parole sono importanti

Vi avevo già raccontato in quest’altro post qualcosa riguardo la mia vita in Germania. Partimmo da Roma in tre, poco più che ventenni, spaesate e con tante aspettative.

Tornate a casa, dopo un anno splendido, piano piano ci perdemmo di vista. Ebbene, dopo 15 anni ho incontrato sotto casa una delle mie compagne di Erasmus, Marta, che ho scoperto abitare a pochi passi da me, qui a Roma nel quartiere di Testaccio.

Mi ha raccontato come decise di venire anche lei a Mainz: dovete sapere che i posti sono limitati e due più gettonati (ovviamente Barcellona e Lisbona, dove si studiava poco e ci si divertiva tanto) erano stati assegnati a chi in graduatoria era mejo di noi. Dovevamo spartirci una decina di mete meno ambite, o rinunciare a partire.

La sera prima della riunione con la segreteria, presi un atlante e una enciclopedia (nel 2004 mi avevano appena regalato il primo PC, lo usavo a mala pena e della connessione ad Internet non se ne parlava proprio) e cercai le città rimanenti sulla mappa.

La mattina dopo scelsi per prima, e scelsi Mainz, ridente cittadina di 200.000 abitanti non lontana da Francoforte. Quando mi chiesero il perché di quella scelta iniziai un panegirico sulle qualità squisite di questa fantastica cittadina tedesca. Lo feci così, a ruota libera, se non che mi accorsi che le due ragazze che venivano dopo di me prenotarono la stessa meta… non nego un vago senso di apprensione al pensiero di aver condizionato così tanto, in pochi istanti, la loro decisione.

Insomma, Marta ha conosciuto lì quello che ora è suo marito, e ora hanno due figli. Lo sapevo già ma oggi quando me lo raccontava nuovamente ho pensato “cavolo quanto so’ importanti le parole”.

Quando si tratta di cose serie cerco di esprimere il più neutralmente possibile i fatti perché so che è facile condizionare con un verbo o con l’intonazione della voce le decisioni degli altri. Prima spiego i fatti, poi chiedo se posso dare la mia opinione in merito, non prima o durante.

E’ un po’ quello che vorrei fosse fatto con me, quando sono io la cliente, perché se esco da un negozio con un vestito che il commerciante m’ha convinto a comprare, arrivo a casa e pensa “ma guarda questo come m’ha intortato”, è certo che in quel negozio non ci torno.

Quando sto dall’altra parte apprezzo una comunicazione chiara ma gentile. Le cose vanno dette bene e subito, dirle con garbo migliora la percezione dell’esperienza sia a chi parla sia a chi ascolta.

Architetto e committente hanno lo stesso obiettivo e sarebbe bene giocassero “in team” per rendere il lavoro più fluente e produttivo.

Ti do qui qualche dritta basica per renderti un cliente desiderabile e far sì che il lavoro di entrambi sia denso e produttivo:

  • L’Architetto fa Progetti, non Progettini (e Disegni, non Disegnini). Lo psicologo fa Sedutine? Il medico Ricettine?
  • Il Progetto Preliminare non ha nulla a che fare col sesso. E soprattutto non è sinonimo del Preventivo solo perché comincia non la P. Se hai dei dubbi chiedimi pure, sarò felice di spiegarti meglio.
  • Chiamami Architetto o Architetta se preferisci, ma non Signora. Oltre al fatto che sto lavorando, non sono sposata. Quindi non sono una Signora. E se proprio vuoi essere tu un Signore, dammi del Lei fino a quando non pattuiremo di darci del tu, sarebbe davvero elegante.

E tu che lavoro fai? Ti capita di pensare che per comunicare meglio con il tuo cliente sarebbe utile avere un vocabolario comune?

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